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I quiz di Tuttoscout





Settembre
di Valerio Di Pizio
Era un caldo pomeriggio di fine estate, che preferisco ricordare come inizio inverno, la mattina stessa ritornai a scuola. Quella sera ripensavo a tutte le pazzie dei tre mesi precedenti, mi ritornavano alla mente le intere giornate passate steso sotto il sole con i miei amici, i balli senza fine nelle calde serate nei locali balneari e i gavettoni d'acqua gelata a ferragosto che rievocavano attraverso un brivido nella memoria della mia pelle sollievo e sofferenza allo stesso tempo.

L'estate era terminata e me ne dovevo fare una ragione, affrontare altri nove pesanti mesi scolastici mi sembrava arduo come la scalata di una montagna.

Il sole si preparava a nascondersi ma nel mio cuore era notte già da tempo.

Ero in casa. Mentre svolgevo i primi compiti una goccia d'acqua salata mi si fermò in gola e non riuscii a respirare. Era una sensazione mai provata prima. Cercai di rilassarmi ma il dolore era così forte che ad intervalli corti come le falcate di un atleta che corre, la vista mi si annebbiava e non riuscivo più a coordinare i miei movimenti. Più tempo restavo senza respiro, più perdevo l'equilibrio sul sottile filo della vita. Dalle altre stanze sentivo giungere la voce squillante di mia madre, avrei voluto chiamarla ma non potevo perché dalla mia bocca come congelata non usciva suono.

Cos'era a farmi stare tanto male? Non ho asma, non sono epilettico, né ho problemi respiratori d'altro tipo. Perché proprio a me? Perché ora?

Successivamente disturbi e preoccupazioni di ogni specie mi assalirono, provai sentimenti contrastanti che mi portarono a svalutare e a cambiare idea su tutto quello che avevo detto o pensato nella mia fino ad allora breve esistenza. In particolare mi soffermai sui ricordi riguardanti tutti i miei primi giorni di scuola.

Me l'ero sempre cavata bene ma mi rendevo conto solo ora, nell'agitazione, che quest'anno non sarebbe stato come gli atri, questo inizio non molto felice lo annunciava.

Ma tra la trama che i pensieri più o meno rosei tessevano nella mia mente si nascondeva un filo più spesso e più livido degli altri. Si trattava forse della paura di morire?

Un balzo al cuore ne fu la risposta.

Eppure io ero un ragazzo che prometteva un futuro brillante, sarei pronto a scommettere che i miei genitori stavano già immaginando cosa volevano che io facessi della mia vita, mi sembrava quasi uno spreco finire così. Lo sconforto saliva perché oltre che ad essere una situazione a dir poco estrema era anche disgustosa. Quello che mi si era fermato in gola aveva un saporaccio mai sentito in passato. Non so chi decise che quel giorno fosse necessario il mio prematuro sacrificio, ma se proprio doveva accadere non capivo perché in questo modo, avrei preferito mille volte di più morire di soffocamento per colpa di una caramella.o di una goccia di cioccolato! Amo il cioccolato! È l'unica cosa che riesce a sollevarmi quando mi sento giù di morale. Ne avrei avuto bisogno in quel momento.

Ad un certo punto persi conoscenza, le mie gambe si fecero molli come canne nell'uragano e riuscii a vedere il mio corpo che cadeva come se ormai non mi appartenesse più. Ero l'unico spettatore del solo spettacolo che avrei preferito non vedere. Urtai violentemente contro il parquet della mia stanza e lì stetti steso per qualche minuto, senza muovere un muscolo.

Sognai di essere trascinato dalle onde brune dell'oceano durante il tramonto. Mi sentivo così bene, cullato dal moto marino nella attesa di un salvataggio. Ero veramente rilassato ma speravo che da un momento all'altro una sirena sarebbe accorsa in mio aiuto, già la

immaginavo, bellissima, così bionda e seducente, con la sua coda luccicante screziata dei mille colori dell'arcobaleno.

Tutto d'un tratto provai una rabbia che mi allontanava da quella situazione di relax, com'era possibile che nessuno aveva udito la mia caduta? Eppure riconosco di non essere un petalo di ciliegio, credo di aver fatto un gran fracasso nell'impatto con il pavimento. Questa fu l'unica cosa che riuscii a pensare e poi mi rituffai in quel rossastro sconfinato. Pensai che sarei riuscito in qualche modo a riacquistare quel barlume di ragione in cui mi ero trovato poco tempo prima.

Ciò che riuscivo a vedere più tardi era una nuvola dal colore di una mela matura che sembrava avvicinarsi velocemente alla punta del mio lungo naso. Aveva il caldo tepore delle torte di mia madre appena sfornate. Più le distanze tra me e questa distesa di gas si accorciavano, più tramutava la sua soffice coperta in un grigio spettrale, quasi violetto, come la morte. E più la sua tinta si faceva cupa, più l'enorme batuffolo, che ormai mi avvolgeva, si faceva gelido come se fossi abbracciato da un defunto sul lettino di un obitorio. Il ghiaccio iniziava a ricoprire tutta la superficie del mio corpo e si districava abilmente nelle mie vene. Quello che il freddo improvviso proiettò nell'abisso delle mie idee mi aiutò ad aprire la mia mente.

Capii tutto.

La malinconia autunnale mi aveva letteralmente posseduto.

Non sono mai riuscito a spiegarmelo in maniera precisa ma quello che intesi era quello che temevo: le incredibili paure per il nuovo anno scolastico avevano creato assieme ai ricordi nostalgici uno stato di malessere che mi aveva controllato in quel lasso di tempo, gli anelli delle catene che imprigionavano la mia felicità erano i piccoli frammenti che andavano a ricomporre la mia estate vissuta intensamente minuto per minuto.

E quella goccia.

Mi svegliai di soprassalto, sano e salvo. Steso sulle lucide piastrelle di legno del parquet in posizione fetale tra il mio letto e la mia scrivania, tanto sudato quanto spaventato e desideroso di fare luce su questi avvenimenti.

Deglutii.

Mi aveva fatto svenire e ora si faceva strada nel mio esofago come lo spazzaneve sulla strada completamente ricoperta la mattina di Natale.

Guardai l'orologio del mio telefonino, ero stato prigioniero di quel sonno catatonico per pochi attimi, perché appena dieci minuti prima avevo ricevuto un messaggio da parte di una mia amica. Finalmente mi svegliai, come se fin d'ora non avessi mai ripreso conoscenza.

Sospirai profondamente e tornai ai miei compiti come se nulla fosse accaduto, anche se ignorare una tale esperienza mi sembrava impossibile.

Quella goccia era l'acqua salmastra del mare di luglio.

Quella goccia era una mia lacrima di fronte all'autunno grigio.

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